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Il Silenzio sul Mare

Shigeru è un giovane netturbino sordomuto che un giorno trova tra i rifiuti una vecchia tavola da surf. Deciso ad imparare a surfare, Shigeru andrà ogni giorno sulla spiaggia insieme alla fidanzata (anch'essa sordomuta) per allenarsi con una dedizione che colpirà il gestore di un vicino negozio di articoli sportivi, che quindi cercherà di aiutarlo in ogni modo e lo iscriverà persino ad una gara. Che avevo scritto nella recensione di Boiling point - I nuovi gangster? Che il protagonista avrebbe potuto essere più silenzioso solo se fosse stato muto. Kitano deve aver pensato la stessa cosa e infatti costruisce Il silenzio sul mare attorno ad una coppia di fidanzati sordomuti, portando agli estremi l'uso del silenzio come mezzo d'espressione. Le parole sono quasi del tutto assenti e non sono importanti, ed è il suono del mare, delle onde che si infrangono sulla spiaggia a farla da padrone, lo stesso suono che il protagonista non ha mai potuto sentire ma che lo affascina e lo attira tanto da rischiare di perdere il lavoro a causa della sua dedizione al surf. Da queste premesse nasce un'opera poetica, delicata e che non può non coinvolgere a livello emotivo lo spettatore. Il regista costruisce, tra Shigeru e la fidanzata (e il mare come terzo incomodo) un rapporto fatto di sguardi, di piccoli gesti e sorrisi che, accompagnati dal rumore del mare, infondono una sensazione di serenità e pace. Momenti commoventi si alternano a scene più divertenti, incorniciati da inquadrature a campo lungo che ci mostrano quasi sempre il mare, come a ricordarci che il protagonista potrebbe essere lui, e da primi piani dei personaggi: questa direzione registica fa sembrare tutta la pellicola un lungo collage di fotografie ricordo, e arrivati al malinconico finale capirete perché Kitano ha operato questa scelta particolare. Quello che traspare da Il silenzio sul mare è un grande amore verso il mare stesso, usato probabilmente come metafora della vita, che può dare felicità ma anche essere crudele e indecifrabile. Bellissimo anche il tema musicale principale, scritto da Joe Hisaishi, che da questo momento accompagnerà Takeshi Kitano come compositore in molti dei suoi film. C'è poco da fare ragazzi, questo è un film, anzi un'esperienza, che va vissuta in prima persona per poter capire la sua immensità e profondità (un po' come il mare insomma).
VOTO: 8/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica 
Titolo:
Il silenzio sul mare
Titolo Originale:
あの夏、いちばん静かな海
Ano natsu ichiban shizukana umi
Regia:
Takeshi Kitano
Soggetto:
Takeshi Kitano
Sceneggiatura:
Takeshi Kitano
Anno:
1991
Genere:
Drammatico
Interpreti Principali:
Kuroudo Maki, Hiroko Oshima, Sabu Kawahara, Toshizo Fujiwara
Durata:
101 min
Nazionalità:
Giappone
Colore:
Colore

Il Settimo Sigillo

Siamo nel 1300, il nobile cavaliere scandinavo Antonius Block, insieme al suo scudiero Jons, tornato da una crociata in Terra Santa, si imbatte nella Morte, che è venuta a prenderlo. Dubbioso sul suo rapporto con Dio e, quindi, sul senso della vita, sfida il tristo mietitore a scacchi, per guadagnare tempo. La partita viene perpetrata nel corso del cammino che il nobile fa per tornare al suo castello. Durante il percorso i due cavalieri si imbattono in diversi personaggi, tutti dissimili, che li seguiranno.
Film spesso dimenticato, a causa della sua datazione, Il settimo sigillo è un’opera pregna di significato e profondità. Il regista Ingmar Bergman si interroga sul rapporto dell’uomo con Dio, attraverso il cavaliere Antonius, e con la ragione, tramite la figura di Jons. Probabilmente questa è la prima volta che nel cinema si rappresenta visivamente la morte, dandole fattezze umane.
A fare da filo conduttore di tutta vicenda è la peste, rappresentando quella che veniva creduta una punizione divina a cui taluni reagiscono rifugiandosi nella religione, talaltri godendosi i piaceri della vita o compiendo crimini. Le possibili reazioni di un’annunciata morte imminente.
Quello della morte è un concetto che permea tutto il film, le apparizioni del personaggio vestito di nero sono ben poche nel corso di tutta la vicenda, tuttavia è la trama a sottolinearne la continua presenza.
Esteticamente l’opera ha delle grandissime qualità: una regia avvolgente, primi piani che penetrano lo spettatore, una fotografia molto curata e un forte contrasto tra luci e ombre, particolarmente valorizzato dal bianco e nero, contribuiscono alla riuscita del film donandogli una poetica visiva fuori dal comune. Il ritmo lento degli eventi, dovuto anche al periodo cinematografico, non guasta la pellicola ma ne sottolinea la profondità.
La componente visiva valorizza inoltre una recitazione e un’espressività molto intensa, da parte dei vari attori, su tutti Max von Sydow e Bengt Ekerot nei ruoli di Antonius e della Morte.

VOTO: 7,5/10

Il Buono

Scheda Tecnica
Titolo:
Il settimo sigillo
Titolo Originale:
Det sjunde inseglet
Regia:
Ingmar Bergman
Soggetto:
Ingmar Bergman (spettacolo teatrale)
Sceneggiatura:
Ingmar Bergman
Anno:
1957
Genere:
Drammatico
Interpreti Principali:
Max von Sydow, Bengt Ekerot, Gunnar Björnstrand, Nils Poppe, Bibi Andersson
Durata:
96 min
Nazionalità:
Svezia
Colore:
B/N

Mary and Max

Mary è una ragazzina che vive a Melbourne con un padre appassionato di tassidermia, che passa il suo tempo a imbalsamare uccelli, e una madre dedita al liquore. Priva di relazioni amichevoli se non quelle con il suo gallo e un anziano dirimpettaio della sua abitazione, decide di scrivere una lettera ad un indirizzo casuale di New York. A rispondere è Max, un adulto affetto da diversi problemi psichici che non è mai stato degnato di così tante attenzioni. Tra i due nasce una corrispondenza appassionata e fitta… o quasi.
L’australiano Adam Elliot mette in luce, con questo suo primo lungometraggio, un argomento a lui particolarmente caro: l’autismo, ed in particolare la sindrome di Asperger – di cui Max è affetto – di cui già aveva parlato nel cortometraggio Harvie Krumpet.
La particolarità dei film di Elliot, cui questo non fa eccezione, è quella di essere realizzati interamente col pongo e di essere animati con la tecnica dello stop-motion.
Mary and Max, come altre produzioni del regista, è inoltre quasi privo di colore: le scene ambientate a New York sono tutte in bianco e nero, quelle a Melbourne invece vertono su toni seppia, spicca qua e là qualche particolare rosso. È interessante come gli oggetti inviati da una città all’altra (foto, pacchi, barrette di cioccolata) mantengano la loro colorazione, in contrasto cromatico col resto dell’ambiente.
Il film risulta essere talvolta un po’ ripetitivo e lento, a causa dello stile narrativo adattato alla tecnica della plastilina in stop-motion; nonostante questo non ne rovini l’atmosfera e l’intento, talvolta il ritmo è meno incalzante.
I personaggi, nonostante parlino solo attraverso le loro lettere, sono resi benissimo: l’espressività e le sensazioni non sono affatto limitati dal fatto di non essere realmente umane.
In italiano non è ancora disponibile, ne esistono comunque versioni sottotitolate.

VOTO: 6,5/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
Mary And Max
Regia:
Adam Elliot
Sceneggiatura:
Adam Elliot
Anno:
2009
Genere:
Animazione, drammatico, commedia
Doppiatori originali:
Philip Seymour Hoffman, Toni Collette, Eric Bana
Durata:
92 min
Nazionalità:
Australia
Colore:
Colore

Brick - Dose Mortale

Una giovane ragazza, viene uccisa in circostanza misteriose. Prima di morire, chiede aiuto a Brendan, il suo ex che non vede da due mesi. Quando questo decide di tirarla fuori dai casini in cui si è messa, lei rifiuta l’aiuto e va incontro alla morte. Il giovane ragazzo, ancora molto innamorato, decide di indagare per trovare l’assassino.
Molto interessante questo primo lungometraggio di Rian Johnson: praticamente, un noir ambientato al liceo. Anche se l’ambiente scolastico viene frequentato poco, i continui richiami alla high school sottolineano la volontà del regista di riportare vicende a cui siamo cinematograficamente abituati dentro a un micro-macro-mondo che è quello della scuola.
Il ritmo della pellicola si alterna tra momenti statici e momenti più frenetici; la regia segue le vicende, con un largo uso del famoso effetto vertigo inventato da Hitchcock.
Intorno al protagonista Brendan, interpretato da un Joseph Gordon-Levitt perfettamente cinico, lucido e con le mani perennemente in tasca – tanto che sembra che indaghi non tanto per vendicare la ragazza, ma per un suo gusto personale, alla Holmes maniera – gira un’ampia gamma di personaggi tutti diversi fra loro e tutti tagliati col coltello, in quanto a caratterizzazione.
Attenta la scelta delle location, valorizzate dalla fotografia e dalla stessa interazione coi personaggi. Anche sceneggiatura (dello stesso Johnson) e colonna sonora si fanno notare per la loro essenzialità e il loro perfetto adattarsi al ritmo del film.
Tra le opere più recenti del regista troviamo Looper, ma sicuramente come inizio di carriera questo Brick non è per niente da sottovalutare.

VOTO: 7/10

Il Buono

Scheda Tecnica
Titolo:
Brick – Dose mortale
Titolo Originale:
Brick
Regia:
Rian Johnson
Sceneggiatura:
Rian Johnson
Anno:
2005
Genere:
Noir, drammatico
Interpreti Principali:
Joseph Gordon-Levitt, Nora Zehetner, Lucas Haas, Noah Fleiss,
Durata:
110 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

Come un Tuono

Come un tuono si divide in tre parti, tutte legate fra loro, ma ognuna con un protagonista diverso.
La trama è difficilmente riassumibile – anche perché comporterebbe diversi spoiler – si può solo dire che la vicenda vede come primo protagonista un bravissimo Ryan Gosling nei panni di un motociclista che si guadagna da vivere facendo lavori decisamente pericolosi, un meno bravo Bradley Cooper nei panni di un poliziotto ambizioso nella parte centrale del film e, nell’ultima porzione, due giovani ragazzi. Ovviamente ognuno di questi protagonisti è strettamente legato con gli altri, ma le interazioni fra i vari personaggi avvengono spesso per vie “traverse”. La storia vuole sottolineare l’importanza delle scelte, in quanto le conseguenze possono essere talvolta spiacevoli e inaspettate.
L’opera di Derek Cianfrance risulterebbe anche interessante… peccato che in realtà dopo quasi due ore e mezza di film lo spettatore si trovi a dire “Sì, ok, ma quindi…”?
La parte con Gosling come protagonista regge benissimo (inevitabile il confronto con Drive), ma da metà in poi è il vuoto. Nonostante la pellicola voglia giocare proprio sulla continuità, sembra che questo fattore manchi, o quantomeno faccia fatica a trasparire. Sembra addirittura che ogni “spezzone” presenti un registro filmico e atmosferico diverso… scelta che, se voluta, non risulta proprio azzeccatissima.
Interessante l’uso di primi e primissimi piani, a sottolineare l’importanza dei personaggi e, di rimando, delle loro scelte. Interessante anche la scelta di affidare la colonna sonora allo stravagante Mike Patton (chi lo conosce sa di cosa parlo) che però rimane su toni particolarmente morbidi.
In conclusione Come un tuono è un film che entusiasma poco e solo a tratti. Non mi sentirei di sconsigliarne la visione, ma neanche di spingere la gente ad andare a vederlo.

VOTO: 6/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
Come un Tuono
Titolo Originale:
The Place Beyond the Pines
Regia:
Derek Cianfrance
Sceneggiatura:
Derek Cianfrance, Ben Coccio, Darius Marder
Anno:
2012
Genere:
Drammatico
Interpreti Principali:
Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes, Emory Cohen, Dane DeHaan
Durata:
140 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

L'Ultimo Terrestre

Dopo aver letto alcuni romanzi a fumetti del mio concittadino Gipi, alias Gianni Pacinotti, ho voluto approfondirne la conoscenza anche con la sua prima opera cinematografica.
L’ultimo terrestre è la storia di Luca, un giovane uomo, emarginato a causa di numerosi problemi relazionali e blocchi emotivi, che, alla vigilia di un annunciato sbarco alieno sulla Terra, sembra davvero essere l’unico umano in mezzo a tante figure stravaganti, egoiste o cattive. Il mondo intorno a lui è così alienato che neanche l’arrivo degli extraterrestri non sconvolge più di tanto la routine, ma anzi diventa un argomento di conversazione come un altro.
Gli alieni sembrano essere soltanto un pretesto (tant’è che sono rappresentati nella loro forma più classica, senza una particolare ricerca stilistica) per raccontare una realtà cruda e anonima di uno stile di vita altrettanto piatto, contraddistinto dalla cattiveria e dall’egoismo.
Il protagonista de L’ultimo terrestre non è molto diverso dai personaggi che Gipi rappresenta nei suoi fumetti: esseri semplici ma profondi, che rifiutano la realtà in cui si trovano ma che ne sono sopraffatti, salvo poi trovare un’inaspettata via di fuga.
Il film si presta forse a più livelli di lettura… o forse no. Tant’è che offre diversi spunti di interpretazione e questa difficoltà nella comprensione completa fa dell’opera un lavoro non troppo incisivo. Se la lentezza e la riflessività funzionano benissimo nei disegni del fumettista pisano, in questo film sembrano aspetti se non negativi, quantomeno ingiustificati. Nel complesso non è un film noioso, ma forse qualche tempo morto (anche se voluto) c’è.
Nei panni di Luca troviamo Gabriele Spinelli, volto volutamente sconosciuto la cui interpretazione (caratterizzata da un forte accento pisano) definisce minuziosamente un personaggio insicuro (come il tratto di Gipi) ma non per questo indeterminato.
Nonostante tutto l’opera prima di Pacinotti non è per niente da buttare. Nel panorama italiano, anzi, è un film che senza dubbio si distingue per il suo non essere scontato.

VOTO: 6/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
L’ultimo Terrestre
Regia:
Gian Alfonso “Gipi” Pacinotti
Soggetto:
Giacomo Monti (graphic novel “Nessuno mi farà del male”)
Sceneggiatura:
Gian Alfonso “Gipi” Pacinotti
Anno:
2011
Genere:
Drammatico, fantascienza
Interpreti Principali:
Gabriele Spinelli, Roberto Herlitzka, Anna Bellato, Luca Marinelli, Paolo Mazzarelli
Durata:
100 min
Nazionalità:
Italia
Colore:
Colore

The Wrestler

Randy "The Ram" Robertson è stato una stella del wrestling negli anni '80, ma ora il grande pubblico l'ha dimenticato e lui si ritrova a lavorare part-time in un supermercato, lottando nelle palestre durante i weekend e sopravvivendo tra ferite dolorose e dipendenza dalle droghe. Dopo aver sfiorato la morte a causa di un infarto, Randy vuole rimettere ordine nella sua vita e perciò decide di riallacciare i rapporti con sua figlia. The Wrestler è un film di Darren Aronofsky uscito nel 2008, e racconta con stile quasi documentaristico la piatta esistenza di un uomo che si rifugia in un mondo fatto di personaggi colorati, luci abbaglianti e folle esultanti per fuggire da una vita che lo vede perdente. Per Randy i colpi subiti sul ring, le cadute, i tagli con il filo spinato sono meno dolorosi rispetto al capo che al lavoro lo maltratta, al padrone di casa che lo chiude fuori perché non ha pagato l'affitto, alla figlia che non vuole più parlare con lui. È il pubblico che acclama il suo nome che spinge The Ram a fare quello che fa, mettendo in pericolo la sua già precaria salute combattendo per pochi dollari, ma facendolo sentire più vivo che mai. Aronofsky confeziona un film realistico (molti wrestler si sono congratulati con il regista) che mostra le ombre di un mondo che per il pubblico occasionale è solo un grande circo fatto da omoni muscolosi che fingono di picchiarsi. Il ruolo da protagonista, che inizialmente era stato pensato per Nicholas Cage, è andato a Mickey Rourke, un attore che non ha avuto una vita meno turbolenta del personaggio che porta sullo schermo e che interpreta alla perfezione, sia nei momenti più fisici che in quelli più riflessivi, che non risultano mai eccessivamente melodrammatici come spesso accade in film del genere. Lo stile da documentario di Aronofsky, con la telecamera a mano che segue il protagonista (che sembra sempre camminare verso il ring nel buio del backstage) è adatto all'atmosfera della pellicola, anche se dopo un po' potrebbe diventare ripetitivo. Le musiche non potevano non essere tutti pezzi hard rock anni '80, gli anni d'oro di The Ram, più una ballata scritta da Bruce Springsteen appositamente per la pellicola e che si può sentire sui titoli di coda. The Wrestler è un film con una storia non molto originale, ma concreto e coinvolgente, che non va sottovalutato solo per il tema che tratta, e che potrebbe andare di pari passo con il successivo Il Cigno Nero, che racconta una storia simile attraverso uno spettacolo diverso, la danza (ma che come Aronofsky ci fa notare ha più cose in comune con il wrestling di quanto ci si possa aspettare).
VOTO: 7/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica 
Titolo:
The Wrestler
Regia:
Darren Aronofsky
Sceneggiatura:
Robert D. Siegel
Anno:
2008
Genere:
Drammatico, sportivo
Interpreti Principali:
Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Durata:
112 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

La corazzata Potëmkin

Ecco il film che, tramite sondaggio, avete scelto perché fosse recensito da tutti e tre, per il nostro terzo compleanno. C'avete voluto un po' male, ma noi ce l'abbiamo fatta comunque!

1905. La Potëmkin è una grande corazzata russa sulla quale scoppia una rivolta. I marinai si ribellano per le condizioni di lavoro precarie e l’insalubrità del cibo. Uno di essi rimane ucciso e il suo cadavere viene esposto, come quello di un eroe, al porto di Odessa. Mentre i cittadini omaggiano le gesta dei marinai della Potëmkin, l’esercito russo interviene sparando sulla folla, nella celeberrima sequenza della scalinata, contenente l’altrettanto famosa scena del passeggino. La rivolta, quindi, acquisirà una dimensione sempre maggiore, fino ad un finale dalla forte carica comunicativa.
Volendo sfatare un luogo comune, La corazzata Potëmkin non è così pesante come viene generalmente dipinto. Datato 1925, è uno dei capisaldi del cinema ed in Italia è stato reso particolarmente popolare dalla frase non proprio celebrativa di Fantozzi (ricordiamo inoltre la parodia della scena della scalinata ne Il secondo tragico Fantozzi).
Strutturato come un dramma in cinque atti, che si sviluppa aumentando sempre più la portata delle vicende, la più famosa opera di Ėjzenštejn cattura l'attenzione dello spettatore, coinvolgendolo emotivamente. Il regista costruisce un film studiato nel dettaglio per far sentire chi lo guarda partecipe dell'azione, scatenando indignazione verso le azioni dell'esercito, solidarietà per le condizioni dei marinai, pietà per la morte dei cittadini di Odessa.
Il film è ovviamente muto (con i classici dialoghi riportati per iscritto), ma fa tranquillamente a meno delle parole. Il montaggio frenetico, volutamente caotico e attento ai dettagli, impedisce una visione superficiale, trasmettendo il messaggio di fondo con una semplicità sconcertante, usando anche simbologie particolari (i pugni che si chiudono, gli enormi cannoni, le statue dei leoni, i volti dei soldati che non si vedono). La maestria del regista si manifesta anche attraverso una studiatissima scelta della composizione fotografica ed un sapiente utilizzo delle luci e dei contrasti del bianco e nero.
La pellicole inoltre trasuda un forte componente di epicità, valore che oggi è andato perso. Le scenografie e il numero di personaggi e comparse fanno sicuramente da supporto a questa componente dell’opera.
La corazzata Potëmkin è probabilmente uno dei film più riusciti della storia e, inoltre, coniuga un forte messaggio ad una realizzazione tecnica eccezionale.

VOTO: 8,5

Il Cattivo, il Brutto, il Buono

Scheda Tecnica
Titolo:
La corazzata Potëmkin
Titolo Originale:
Бронено́сец «Потёмкин» (Bronenosec Potëmkin)
Regia:
Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn
Soggetto:
Nina Agadžanova-Šutko
Sceneggiatura:
Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn
Anno:
1925
Genere:
Guerra, drammatico, storico
Interpreti Principali:
Aleksandr Antonov, Vladimir Barsky, Natalia Poltavtseva, Prokopenko, Beatrice Vitoldi
Durata:
71 min
Nazionalità:
URRS
Colore:
B/N

Django Unchained

Texas, 1858. King Schultz è un cacciatore di taglie tedesco sulle tracce di tre fuorilegge, ma per poterli riconoscere ha bisogno di Django, uno schiavo di colore che li ha conosciuti di persona. Con la promessa di liberare Django e di aiutarlo a trovare sua moglie che è stata venduta ad un negriero, Schultz stipula un'alleanza con l'ex schiavo, proponendogli di fare coppia con lui nella caccia ai criminali. Con Django Unchained finalmente Quentin Tarantino si dedica ad un genere che ha sempre dichiarato di amare e che ha citato in ogni modo possibile in tutti i suoi film: il western, in particolare i western all'italiana. Ovviamente il regista del Tennessee ha una visione tutta particolare dei generi cinematografici, e quello che ci ritroviamo in sala e tutt'altro che uno spaghetti western fuori tempo massimo. Ambientata nel periodo della schiavitù, la pellicola si maschera da western per parlare di razzismo e discriminazioni, e l'opinione di Tarantino è abbastanza chiara, dato che i razzisti e i negrieri non ci fanno una gran figura (basta vedere la scena con gli incappucciati, divertentissima oltre che stracolma di citazioni), con buona pace di Spike Lee che ha sollevato parecchie polemiche sull'uso della parola "negro" e sul tema della schiavitù. Tarantino come al solito si diverte a snocciolare omaggi uno dietro l'altro, focalizzandosi per questa volta sui western, ma non dimenticando gli altri generi che tanto lo ispirano, e alcune di queste citazioni sono lampanti (Django di Corbucci, Mandingo di Fleischer, il suo stesso Bastardi senza gloria), altre meno evidenti o inaspettate, ma più divertenti da trovare (Via col vento, Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Lo chiamavano Trinità... e addirittura Arancia meccanica!), ma tutte perfettamente inserite nel contesto e mai fastidiose, anzi risultano uno dei motivi del successo del film. Non sono da meno anche le musiche scelte per la colonna sonora, che mischiano soul, hip-hop e brani ripresi da vecchi film western, in un calderone che sorprendentemente funziona alla grande nonostante la sua eterogeneità, ma anche a questo siamo abituati, conoscendo il regista. Quello che si differenzia dai precedenti film di Quentin è la linearità della trama, che per la prima volta non vede sbalzi temporali o decine di personaggi che si intrecciano. Se nella prima parte, più ritmata e divertente, questa scelta funziona, è dopo la metà che si iniziano a sentire le quasi tre ore di pellicola, dato che come in Bastardi senza gloria tutto si focalizza sui dialoghi e sulla verve dei personaggi, che però questa volta non bastano a tenere alta la tensione per tutto il tempo. Non che i personaggi siano noiosi, anzi, e sono tutti interpretati alla grande (in particolare dal trio Waltz, Jackson e DiCaprio che dimostra per l'ennesima volta come Tarantino sappia scegliere gli attori giusti), ma accorciare alcuni dialoghi e lasciare più spazio allo sviluppo finale avrebbe giovato al film. Sono minori anche le sperimentazioni e le invenzioni visive, che ormai il regista sembra essersi lasciato alle spalle, in favore di una direzione stilistica meno estrema, ma sempre molto personale, perfettamente in linea con il film precedente. Se non vi piace Tarantino non sarà quindi Django Unchained a farvi cambiare idea, ma se sapete cosa aspettarvi non rimarrete delusi.
Aspetto comunque una seconda visione (in lingua originale magari, per cogliere anche il lavoro sugli accenti e le lingue) che magari mi farà apprezzare ancora più il film.
VOTO: 8/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica 
Titolo:
Django unchained
Regia:
Quentin Tarantino
Soggetto:
Quentin Tarantino
Sceneggiatura:
Quentin Tarantino
Anno:
2012
Genere:
Azione, western, drammatico
Interpreti Principali:
Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Durata:
165 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

Cloud Atlas

Sei storie si intrecciano in parallelo, ma solo nella narrazione, perché sono tutte ambientate in epoche e luoghi diversi, dal XIX secolo al 2300, passando per gli anni ’30, gli anni ’70, i giorni nostri ed un futuro più prossimo. Ogni protagonista di un’epoca viene a conoscenza di ciò che è successo a quello precedente attraverso un libro, un racconto, delle lettere, e ne resta influenzato, influenzando a sua volta il protagonista successivo.
Adattamento di un romanzo di David Mitchell, Cloud Atlas vede alla regia Tom Tykwer, affiancato successivamente dai fratelli Wachowski.
Il film tuttavia non è stato girato “a sei mani”, dal momento che Tykwer ne ha girato una parte e i Wachowski un’altra (con due troupe distinte), per poi assemblare il tutto in fase di montaggio. Questa differenza di regia talvolta può saltare all’occhio; è anche vero però che con l’intreccio serrato tra le varie storie – spesso alternate con frammenti di qualche secondo – si fa fatica a notare la differenza.
Ogni storia affronta un tema, ogni storia ha un suo protagonista che si batte per una causa: schiavitù, discriminazione, potere e altre colossali piaghe della società contro cui i personaggi del film iniziano una lotta che, nonostante venga dichiarata come persa in partenza dai vari antagonisti, vale la pena di essere combattuta.
Il coraggio delle imprese si tramanda di storia in storia, di vicenda in vicenda, ed ognuno farà la sua piccola rivoluzione. È proprio questo il tema centrale del film: una sorta di reincarnazione delle azioni, buone o cattive che esse siano.
Non a caso gli attori che interpretano i vari personaggi sono sempre gli stessi: alcuni destinati a rimanere buoni o cattivi per tutta la pellicola, altri che invece trovano il modo di redimersi.
Nel ruolo di uno dei cattivi non poteva che mancare Hugo Weaving, in parti che spesso ricordano l’agente Smith di Matrix o il V dell’altra celebre opera sceneggiata dai Wachowski. Tra gli interpreti principali: Halle Berry, Tom Hanks, Doona Bae, Jim Broadent e Jim Sturgess.
Drammatico, romantico, noir anni '70, comico, fantascientifico e post-apocalittico: questi sono i generi del film, che nonostante questo frullato non risulta affatto incoerente o caotico, ma riesce a mischiare bene ogni parte della storia, dal passato al futuro, facendo scorrere lisce quasi tre ore di visione.
L’intreccio è complesso ma lineare, la trama all’inizio sembra non avere un senso, ma col passare dei minuti i tasselli vanno al loro posto e tutto si chiarifica. Non è neanche problematico seguire sei storie contemporaneamente.
Nonostante le premesse, la pellicola risulta molto umile, se vogliamo. A differenza di quello che ci si poteva aspettare vedendo il trailer, non trasuda pomposità; qualche esagerazione c’è, ma nei punti giusti e mai così esasperata. Questo è facilmente spiegabile dal fatto che la produzione non è d’oltreoceano, ma tedesca (attualmente questo è il film più costoso che la Germania abbia mai prodotto). Il taglio europeo c’è e si vede, gli effetti speciali non la fanno da padrone, ma lasciano spazio a personaggi, sceneggiatura e trama.
La morale del film è la cosa che lega tutto in modo forte e si può riassumere nel concetto secondo il quale dalle nostre azioni dipende il nostro destino e quello degli altri, in qualsiasi epoca essi vivranno.

VOTO: 8/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
Cloud Atlas
Regia:
Tom Tykwer, Andy Wachowski, Lana Wachowski
Soggetto:
David Mitchell (romanzo)
Sceneggiatura:
Tom Tykwer, Andy Wachowski, Lana Wachowski
Anno:
2012
Genere:
Drammatico, Fantascienza, Thriller
Interpreti Principali:
Halle Berry, Tom Hanks, Doona Bae, Jim Broadent, Jim Sturgess, Hogo Weaving
Durata:
172 min
Nazionalità:
Germania, USA, Hong Kong, Singapore
Colore:
Colore

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore

Estate 1965, un’isola del New England. Sam e Suzy sono due adolescenti innamorati che non stanno bene nel posto in cui si trovano. Il primo scappa da un campo scout, la seconda dalla sua casa. I due mettono in atto una fuga scatenando il panico sull’isola.
Ormai è chiaro che il tema centrale dei film di Wes Anderson sono le famiglie – più o meno allargate – la cui caratteristica principale è una profonda disunione. In Moonrise Kingdom questo è accentuato da un introduzione che ci fa sentire la scomposizione in singole famiglie di strumenti di un brano di musica classica.
Dopo Fantastic Mr. Fox (del quale, in quest’ultima pellicola credo di aver scorto un auto citazione), Anderson torna agli attori in carne ed ossa e ci porta in un micro universo scollegato dal resto del mondo, dove tutto sembra autonomo, ma incredibilmente fragile (come non citare I Tenenbaum?) e dove i piccoli sembrano essere più maturi dei grandi, che invece sono ormai rassegnati e stanchi. Soltanto la volontà dei due innamorati è davvero forte e ostinata, tanto da non aver paura di affrontare inseguimenti, lotte e tempeste devastanti.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Roman Coppola, si sviluppa su più livelli: i due ragazzini non la fanno da padrone nella narrazione, piuttosto sono il perno intorno al quale ruotano tutti gli eventi, le storie e i personaggi.
Ad Anderson piace il giallo (nel senso del colore), e questo si era capito, però in Moorise Kingdom ho trovato che la tipica poetica del regista (al suo culmine, probabilmente, ne Il treno per il Darjeeling) sia venuta un po’ meno, per dare più spazio ad altro. Del resto il cambiamento è quanto di più auspicabile ci sia nell’arte. Non si è risparmiato però nelle solite carrellate e nell’immancabile scena a ralenti.
Molti volti noti nel cast, ma, eccetto per Bill Murray e Jason Schwartzman, ormai due habitué, tutti nuovi per il regista texano: Edward Norton, Bruce Willis, Frances McDormand e, per pochissimo, Tilda Swinton e Harvey Keitel. I due giovani sono interpretati da Jared Gilman e Kara Hayward, alla loro prima esperienza cinematografica.
Per una serie di motivi troppo numerosi per essere elencati, non l’ho trovato l’Anderson migliore, ma quest’ultima fatica non manca comunque dei tratti caratteristici di un regista che ha saputo fare del mestiere un’arte dotata di una sua estetica impattante eppure delicata; un regista che racconta sempre la stessa storia, ma ogni volta in modo sorprendentemente diverso.

VOTO: 7,5/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore
Titolo Originale:
Moonrise Kingdom
Regia:
Wes Anderson
Sceneggiatura:
Wes Anderson, Roman Coppola
Anno:
2012
Genere:
Commedia, drammatico
Interpreti Principali:
Jared Gilman, Kara Hayward, Bill Murray, Edward Norton, Bruce Willis, Frances McDormand
Durata:
94 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

La Fattoria degli Animali

Gli animali della fattoria del signor Jones, stanchi di essere sfruttati, decidono di ribellarsi seguendo gli insegnamenti del Vecchio Maggiore, un anziano maiale che professa l'uguaglianza di tutte le bestie e la presa di potere contro gli esseri umani. Ottenuto il controllo della fattoria, gli animali iniziano a gestirla da soli fino a quando i maiali, più intelligenti, emergono come nuova classe dirigente e lentamente diventano i nuovi padroni. Tratto dal romanzo omonimo di George Orwell, La Fattoria degli Animali è un film d'animazione uscito nel 1954 ed è finora l'unico tentativo di portare sullo schermo la fiaba con profondi significati politici che ha reso famoso questo scrittore. La scelta di trasformarla in un cartone animato è la più logica probabilmente, dato che i personaggi sono quasi tutti animali parlanti, ma il tipo di animazione molto "disneyano" per cui si è optato dà poco carattere ai protagonisti e alla pellicola in generale. Le atmosfere cupe invece sono rese abbastanza bene, ed alcuni momenti veramente angoscianti saranno difficili da dimenticare. La storia è condensata in poco più di un'ora, perciò molti eventi del libro sono stati accorciati o addirittura tagliati del tutto, ma questo non pesa molto sul messaggio, che riesce a spiccare ugualmente. L'elemento che stona (solo per chi ha letto il libro ovviamente, gli altri potrebbero trovarlo normale) è il finale, che è diverso dall'originale. Come si è scoperto qualche anno fa, la CIA ha finanziato la produzione dell'opera in modo che fosse scritta per essere usata come propaganda politica anti comunista: mentre nel finale originale i nuovi tiranni emersi dalla rivoluzione (maiali/comunisti) sono mostrati mentre si accordano e fraternizzano con i vecchi tiranni (umani/capitalisti) diventando come loro, nel lungometraggio vediamo solo i maiali che festeggiano la vittoria sulle classi inferiori trasformandosi in tiranni, ma che vengono attaccati da tutti gli altri animali che si ribellano al loro potere. Questo finale, oltre ad essere eccessivamente buonista, mal si sposa con l'atmosfera malinconica e pessimistica che Orwell ha voluto dare alla sua fiaba. La Fattoria degli Animali di per sé non è un brutto film, si lascia guardare e riesce anche a far riflettere, ma qualche elemento fuori posto fa sicuramente storcere il naso a chi conosce George Orwell e i suoi lavori.
VOTO: 6/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica 
Titolo:
La fattoria degli animali
Titolo Originale:
Animal farm
Regia:
John Halas, Joy Batchelor
Soggetto:
George Orwell (Romanzo)
Sceneggiatura:
Philip Stapp
Anno:
1954
Genere:
Animazione, drammatico, satira
Doppiatori italiani:
Fabrizio Pucci, Franca Lumachi, Chiara Salerno, Mario Bardella
Durata:
80 min
Nazionalità:
Regno Unito
Colore:
Colore

L'Uomo Senza Sonno

Trevor Reznik è un giovane operaio che non riesce a dormire da un anno. Fisicamente deperito e psicologicamente instabile, inizia ad avere alcune strane allucinazioni e perdite di memoria. Come se non bastasse crede di essere il bersaglio di un complotto…
L’uomo senza sonno (unica eccezione italiana; in ogni altra lingua si è adottata la traduzione dell’originale The Machinist) è un thriller dalla fortissima carica psicologica, uno di quei film che non manca di tenere teso il filo dell’inquietudine dall’inizio alla fine. Pochi colpi di scena, ma ben piazzati. Flash back e visioni che piano piano scavano nel passato del protagonista.
Equilibrato e lucido il regista Brad Anderson che cura l’estetica del film in modo minuzioso. I toni cromatici del film sono a metà tra il freddo e lo spento: niente di meglio per rendere l’idea di una percezione nebulosa e piatta della realtà.
Nei ruolo di Reznik troviamo un magrissimo Christian Bale, che per la realizzazione del film, datato 2004, è arrivato a pesare 54 chili, dovendo poi riacquistare una discreta massa muscolare per interpretare Bruce Waine per le riprese di Batman Begins. Ancora una volta le doti attoriali di Bale non mancano di emergere… forse l’unica scelta sbagliata è stata quella di affidare a Tonino Accolla la sua voce italiana.
Un film che non ha molte pretese ma che, nel suo piccolo, è un prodotto molto ben confezionato: ottima compenetrazione di trama, psicologia e aspetto estetico.

VOTO: 7,5/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
L’uomo senza sonno
Titolo Originale:
The Machinist
Regia:
Brad Anderson
Sceneggiatura:
Scott Kosar
Anno:
2004
Genere:
Thriller, drammatico
Interpreti Principali:
Christian Bale, Jennifer Jason Leigh, Aitana Sánchez-Gijón, John Sharian
Durata:
101 min
Nazionalità:
Spagna
Colore:
Colore

Effetto Notte

Considerato uno dei capolavori del cinema, premiato di numerosi riconoscimenti, Effetto notte è valutato come uno dei film più importanti di sempre. Diretto da François Truffaut, racconta in maniera minuziosa e completa proprio la realizzazione di un film.
Il tema della pellicola, però, non è specificatamente il film che si sta girando, ma qualsiasi film, qualsiasi set, qualsiasi troupe. Truffaut, che interpreta proprio il regista, vuole raccontare tutta la lavorazione che sta dietro a quella manciata di minuti di visione.
Lo stress, le liti, gli amori, i retroscena, i rapporti interpersonali e gli aspetti puramente tecnici che rimangono ovviamente celati alla visione di un film, ma che sono ben chiari per chi sul set c’è stato e c’ha lavorato.
Un film sul cinema, si può dire, carico di metalinguaggio e riferimenti al cinema stesso. Truffaut mette a nudo le dinamiche che si creano in quello che è sicuramente uno dei lavori più complessi in assoluto. Ognuno ha il suo ruolo, ognuno è un tassello indispensabile di un mosaico che si traduce poi in un’opera cinematografica. Spessissimo la camera e tenuta a mano, come a voler documentare in modo realistico, più che a raccontare qualcosa di fittizio.
Il regista francese non manca di dimostrare la dedizione che ha per il suo lavoro e tutto il suo amore per il cinema. A dimostrazione di ciò vi è il sogno ricorrente del regista – in bianco e nero – in cui egli si rivede bambino a rubare le locandine di Quarto potere di Orson Welles.

VOTO: 7,5/10

Il Buono

Scheda Tecnica
Titolo:
Effetto notte
Titolo Originale:
La Nuit américaine
Regia:
François Truffaut
Sceneggiatura:
François Truffaut, Jean-Louis Richard, Suzanne Schiffman
Anno:
1973
Genere:
Commedia, drammatico, romantico
Interpreti Principali:
François Truffaut, Jaqueline Bisset, Valentina Cortese, Jean-Pierre Aumont, Jean-Pierre Léaud, Dani
Durata:
115 min
Nazionalità:
Francia, Italia
Colore:
colore

Violent Cop

Azuma è un poliziotto di poche parole ma dai modi molto bruschi, che non esita ad usare la violenza per risolvere le situazioni che lo coinvolgono e fermare, vivi o morti, i criminali. Quando uno scandalo legato alla droga spinge al suicidio il suo migliore amico, un altro poliziotto di nome Iwaki, Azuma si ritrova coinvolto in una guerra con la potente gang che controlla lo spaccio di stupefacenti in città. Violent Cop nasce come una commedia, ma quando il regista è obbligato ad abbandonare la direzione delle riprese, Takeshi Kitano, che fino ad allora era solo l'attore protagonista, decide di prendere il suo posto. Alla sua prima regia e deciso a mettersi in gioco personalmente, Kitano apporta profondi cambiamenti alla pellicola, trasformandola in un poliziesco dai toni drammatici e violenti. I temi trattati sono molteplici, dalla brutalità della polizia, alla corruzione, ma quello principale, che lega tutti gli altri e permea il film è la violenza: come mezzo (sbagliato, ce lo dimostra lo scoraggiante finale) per risolvere i problemi, come modo di dimostrare la propria superiorità e per dispensare la propria idea di giustizia e di vendetta. La violenza di Kitano non è coreografica o esplosiva come quella di altri suoi colleghi nipponici (vedi Takashi Miike), ma è spesso muta e, nella sua intensità, quasi dolorosa anche per lo spettatore. Le scene di violenza sono alternate a momenti quotidiani del protagonista, come le sue passeggiate o il tempo trascorso con la sorella, stratagemma che rende i pestaggi e le sparatorie ancora più intense. Quello che manca è un elemento che solitamente è il cardine del genere poliziesco, la suspance: Kitano la elimina quasi totalmente, inserendo tranquilla musica jazz durante un inseguimento in auto ad esempio, e facendoci capire fin da subito che i metodi del silenzioso Azuma lo porteranno ad una fine che sembra essere già scritta e abbastanza intuibile. Anche dal punto di vista tecnico Beat Takeshi dimostra subito quello di cui è capace, acquisendo sicurezza con il passare dei minuti, e arrivando ad inquadrature che sembrano dei dipinti grazie all'uso di luci ed ombre, senza la necessità di troppi movimenti di macchina (abituato com'era alla regia televisiva, dati i suoi precedenti come presentatore e comico). Con Violent Cop quindi Takeshi Kitano debutta col botto, dando vita ad un poliziesco atipico e costruito attorno a stilemi che si rifaranno vivi nei suoi successivi film da regista.
VOTO: 7/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica 
Titolo:
Violent Cop
Titolo originale:
その男、凶暴につき
Sono otoko, kyobo ni tsuki
Regia:
Takeshi Kitano
Soggetto:
Hisashi Nozawa
Sceneggiatura:
Hisashi Nozawa, Takeshi Kitano
Anno:
1989
Genere:
Drammatico, azione, thriller
Interpreti Principali:
Takeshi Kitano, Kishibe Ittoku, Sei Hiraizumi
Durata:
103 min
Nazionalità:
Giappone
Colore:
Colore

Memento

Leonard Shelby è un giovane uomo che volendo difendere la moglie da un’aggressione in cui rimarrà uccisa, viene colpito alla testa, perdendo la memoria breve; cerca vendetta, ma dopo l’incidente  non riesce a memorizzare le informazioni o gli eventi per più di qualche minuto. Per questo si tatua sul corpo tutti gli indizi che lo possono condurre a scoprire l’assassino di sua moglie.
Secondo lungometraggio di quel cervellone di Christopher Nolan (oggi ricordato dai più per film come Il cavaliere oscuro o Inception), Memento (che in latino significa, appunto, “ricordati”) è un film di quelli che non ti lasciano un secondo di distrazione.
La trama è piuttosto lineare, quindi perché non incasinare tutto montando il film in ordine non cronologico? In realtà c’è un criterio ben preciso anche nel montaggio – e il meccanismo si capisce presto – ed è proprio questo che rende la pellicola unica.
Basandosi su un racconto del fratello Jonathan, Nolan sforna un prodotto quasi privo di sbavature, dove gli eventi sono dipanati in modo da confondere lo spettatore, fino alla scena finale che, rifacendomi al discorso del montaggio, finale non è.
I ruoli fondamentali del film sono tre, oltre a Guy Pierce nel ruolo di Leonard, troviamo Joe Pantoliano (Teddy) e Carrie-Ann Moss (Natalie): tutti estremamente convincenti e, quando necessario, ben caratterizzati.
Una curiosità per chi li ha visti entrambi: il numero di Teddy è lo stesso di Marla Singer in Fight Club.
Ancora libero da vincoli e restrizioni dovuti a grosse produzioni, questo film – insieme al precedente Following – è la prova che non serviva Heath Ledger truccato bene, o un sogno nel sogno nel sogno, a dimostrare le doti cinematografiche di Christopher Nolan.

VOTO: 8/10

Il Buono
Scheda Tecnica
Titolo:
Memento
Regia:
Christopher Nolan
Soggetto:
Jonathan Nolan
Sceneggiatura:
Christopher Nolan, Jonathan Nolan
Anno:
2000
Genere:
Drammatico, Thriller
Interpreti Principali:
Guy Pierce, Joe Pantoliano, Carrie-Ann Moss
Durata:
113 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno

Eravamo rimasti a Batman che si prende la colpa della morte di Harvey Dent, paladino della giustizia e della legalità di Gotham City, attirando su di sé l’odio dell’intera città. Dopo otto anni, durante i quali l’uomo pipistrello, e quindi Bruce Wayne, si è ritirato dalle scene, qualcosa torna a scuotere la tranquillità di quello che sembrava un posto ormai sicuro. Bane, un tipo grosso quanto l’abitacolo di un tir che indossa una sorta di maschera, vuole far saltare in aria Gotham, proprio come voleva fare la Setta delle Ombre, di cui egli era membro.
Terzo ed ultimo capitolo di quella fetta di storia di Batman firmata da Christopher Nolan. Moltissimi i collegamenti a Batman begins e Il cavaliere oscuro, che servono a dare una maggiore completezza alla trama e a rendere compatta tutta la trilogia.
La mano di Nolan forse si vede un po’ meno, rispetto al capitolo precedente, viene da pensare che abbia esaurito le energie per fare Inception. Energie che però sono state usate nelle esplosioni catastrofiche, negli inseguimenti al limite dell’assurdo (tutta la polizia di Gotham contro Batman, che, ovviamente, riesce a fuggire) e nei mezzi sempre più tamarri che Lucius Fox fornisce all’uomo pipistrello. Però facciamo un bell’applauso a Nolan per non essersi piegato al 3D.
Veniamo agli attori e alle loro parti: è evidente che in questo film manca una figura di spicco come quella del Joker di Heath Ledger, ma a questo sopperisce in parte l’introduzione di altri personaggi, tipo Selina Kyle, che sarebbe poi Catwoman, interpretata da una Anne Hathaway non proprio particolarissima, ma che, nonostante il mio odio nei suoi confronti, ho quasi apprezzato. Superfluo elogiare le doti di Michael Caine e Gary Oldman. Interessanti ma poco incisive le interpretazioni di Gordon-Lewitt e Cotillard. Christian Bale devo ancora decidere se mi stia simpatico o meno, ma a parte le mie impressioni personali, eccetto una sporadica esasperazione, non gli si può negare una certa bravura. Poco rilevanti le doti di Tom Hardy, vista la faccia coperta dalla maschera, del quale si possono apprezzare solo le movenze e, a seconda dei gusti, il fisico mastodontico. Morgan Freeman… cioè, basta! Mezzo colpo di scena la particella affidata a Cillian Murphy, personaggio mai principale, ma presente in tutti e tre i capitoli.
Un discorso a parte va fatto sul doppiaggio: Claudio Santamaria, a differenza dei due precedenti che, diciamocelo, facevano un po’ sorridere, riesce a dare a Bruce Wayne una voce quasi seria e credibile; sbagliatissima invece la scelta di Filippo Timi per Bane: Timi è un attore che apprezzo molto, ma come voce di questo personaggio è decisamente inappropriato!
Il cavaliere oscuro – Il ritorno (che poi cosa costava intitolarlo “Il ritorno del cavaliere oscuro”?) risulta migliore dei suoi predecessori per l’approfondimento di alcuni aspetti psicologici dei personaggi, ma decisamente più approssimativo in diversi momenti: anche quelli che ci si aspetterebbe fossero colpi di scena, lasciano ben poco di stucco… che Nolan, regista abituato a ideare trame come Memento e Inception, ne avesse un po’ le tasche piene di questo tizio che va in giro vestito come un cretino?

VOTO: 7/10

Il Buono

Scheda Tecnica
Titolo:
Il cavaliere oscuro – Il ritorno
Titolo Originale:
The Dark Knight Rises
Regia:
Christopher Nolan
Soggetto:
Bob Kane (fumetto), Christopher Nolan
Sceneggiatura:
Jonathan Nolan, Christopher Nolan
Anno:
2012
Genere:
Azione, drammatico
Interpreti Principali:
Christian Bale, Gary Oldman, Tom Hardy, Anne Hathaway, Marion Cotillard, Michael Caine, Joseph Gordon Lewitt, Morgan Freeman
Durata:
165 min
Nazionalità:
USA, Regno Unito
Colore:
Colore

A Serious Man

Larry Gopnik è un tranquillo professore di fisica che si ritrova a dover affrontare una richiesta di divorzio voluta da sua moglie, che preferisce frequentare il più serio Sy Ableman. Nel frattempo la sua vita è sempre più difficile da gestire, tra studenti che cercano la sufficienza passandogli bustarelle di nascosto, figli disinteressati e il fratello disoccupato che dorme sul suo divano. Uscito nel 2009, A Serious Man è forse il più personale tra i film dei fratelli Coen, avendo tra i protagonisti i membri di una comunità ebraica del Minnesota e quindi mettendo al centro delle vicende molti elementi vissuti in prima persona dai fratelli registi. Nonostante sia abituato allo stile dei Coen mi trovo in difficoltà a parlare di questo film, perché è forse la loro opera più aperta ed enigmatica: qual'è il messaggio del film? Cosa significa la storia mostrata nel prologo e che sembra non c'entrare nulla con il resto? E cosa dovremmo capire dal finale apertissimo e sconvolgente? I dubbi sono molteplici, si può provare a formulare delle ipotesi, ma non sapremo mai se la soluzione a cui siamo arrivati è quella che intendevano gli autori. A Serious Man è un film angosciante e pessimista, il solito umorismo nero dei Coen è presente in minima parte e sembra che stavolta non ci sia soluzione ai problemi dell'umanità (o al massimo qualche via d'uscita la si vede nei sogni del protagonista, ma sempre e solo lì), concentrati in questo caso nella vita del povero Larry (che nel lasciarsi scivolare addosso le cose ricorda altri personaggi coeniani, come il Drugo de Il Grande Lebowski o l'Ed Crane de L'uomo Che Non C'era). Niente sembra andare per il verso giusto, e nemmeno la religione, che viene indicata al protagonista come un faro che dovrebbe aiutarlo a ritrovare la strada smarrita, serve a qualcosa, dimostrandosi solo un insieme di rituali inutili, formule da recitare in lingue morte e storielle inconcludenti. La pellicola ad un primo impatto sembra lenta e monotona, ma non è così, dato che si susseguono colpi di scena uno dietro l'altro, tra incidenti d'auto, morti improvvise e vicine di casa provocanti. Ovviamente dal punto di vista tecnico i Coen non deludono mai e infatti registicamente il film è sempre elegante, per non parlare della fotografia luminosissima e della scelta di ambienti chiari e spaziosi ma allo stesso tempo tristi e quasi squallidi (il quartiere dove abita Larry ad esempio). Gli attori, anche se tutti poco conosciuti, sono perfetti nei loro ruoli, e Michael Stuhlbarg dà una grande prova attoriale interpretando Larry Gopnik, mostrandoci un'espressività capace di lasciar trasparire molte cose. A Serious Man è certamente uno dei film più complessi dei fratelli Coen, ricco di significati (e addirittura riferimenti alla numerologia e alla cabala) e scritto alla grande, del resto solo i fratelli registi riescono a far convivere alla grande la fisica e le tradizioni ebraiche in un unica storia, realistica e imprevedibile come poche altre. Se anche il senso mi sfugge (e probabilmente è quello che volevano gli autori) non posso non apprezzare una pellicola che fa riflettere e mette in moto i neuroni fin dal primo minuto.
VOTO: 7,5/10

Il Cattivo.


Scheda tecnica 
Titolo:
A Serious Man
Regia:
Joel Coen, Ethan Coen
Soggetto:
Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura:
Joel Coen, Ethan Coen
Anno:
2009
Genere:
Commedia, Drammatico
Interpreti Principali:
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick
Durata:
105 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

The Amazing Spider-Man

La storia penso che la conosciate tutti: Peter Parker è un adolescente che ha perso i genitori in tenera età e che quindi vive con gli zii Ben e May. Il giovane è innamorato della bella Gwen Stacy ma è troppo timido per dichiararsi, ed essendo un tipo solitario e senza amici è il bersaglio preferito dai bulli. Un giorno, dopo essersi infiltrato nei laboratori della Oscorp per scoprire qualcosa in più sui suoi genitori, Peter viene morso da un ragno modificato geneticamente e acqusisce straordinari poteri: forza e agilità fuori dal comune e la capacità di aderire a tutte le superfici. Nasce così il supereroe chiamato Spider-Man. A dieci anni esatti dal primo film dell'Uomo Ragno diretto da Sam Raimi, la saga dell'eroe spararagnatele riparte da capo. Dopo che Raimi (e di conseguenza tutti gli attori) ha abbandonato il progetto di un quarto capitolo che proseguisse la storia da dove si era fermata alla fine della trilogia, la produzione ha deciso di affidare una nuova pellicola ad un regista e ad un cast completamente diversi, in modo da dare al reboot una caratterizzazione che si staccasse dalle opere precedenti. Marc Webb dirige quindi basandosi più sulla serie Ultimate dei fumetti di Spider-Man, serie che ha un approccio più moderno e attuale agli eroi Marvel. E infatti è così anche per The Amazing Spider-Man, dove Peter Parker è più un ragazzo alternativo che un secchione (e anche molto più giovane del Peter interpretato da Tobey Maguire), e la sua reazione ai poteri che ottiene è quella che ci si aspetterebbe da qualunque adolescente: esaltazione e voglia di mettersi in mostra per vendicare i torti subiti. Peter è entusiasta delle sue nuove capacità, non spaventato dalla mutazione subita, e si sente finalmente speciale in un mondo che gli è sempre stato ostile, ma quando la realtà gli crolla addosso a causa della morte dello zio Ben, il novello Spider-Man deve maturare e prendere coscienza delle sue responsabilità. Per buona parte del film assistiamo quindi alla crescita psicologica del protagonista, non alle evoluzioni tra i grattacieli della sua controparte ragnesca. Le scene d'azione sono poche, cosa che non è per forza un difetto, e viene lasciato più spazio ai personaggi, che forse a causa della storia che ormai è conosciutissima, non hanno poi molto di nuovo da dire. Questo devono averlo capito anche gli sceneggiatori, che hanno deciso di inserire qualche intreccio in più nella trama, che magari farà storcere il naso ai puristi, ma che serve a non rendere il tutto troppo ripetitivo. Gli attori sono tutti adatti al loro ruolo, è forse la caratterizzazione che pecca un po': Peter è troppo affascinante e misterioso (sempre con il cappuccio in testa e lo skateboard...) mentre gli altri non sono particolarmente memorabili, a parte il dottor Connors, che però rappresenta il classico scienziato che si fa prendere dalla brama di potere. La regia non ha guizzi particolarmente originali ma regge per tutto il film, idem per la colonna sonora, con le classiche musiche epiche da film di supereroi. A parte qualche elemento francamente evitabile (tipo le scene comiche inserite a caso e Peter che si toglie troppo spesso la maschera) The Amazing Spider-Man quindi è un film non eccezionale, ma che si lascia guardare senza problemi, con la speranza che il già annunciato sequel sviluppi per il meglio gli elementi migliori di questo primo capitolo.
VOTO: 6,5/10

Il Cattivo.



Scheda Tecnica
Titolo:
The Amazing Spider-Man
Regia:
Marc Webb
Soggetto:
James Vanderbilt, Stan Lee, Steve Ditko (fumetto)
Sceneggiatura:
James Vanderbilt, Alvin Sargent, Steve Kloves
Anno:
2012
Genere:
Supereroi, azione, fantascienza, drammatico
Interpreti Principali:
Andrew Garfield, Emma Stone, Rhys Ifans, Martin Sheen
Durata:
136 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

Rosencrantz e Guildenstern Sono Morti

Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi secondari dell’Amleto di Shakespeare. Nella tragedia secentesca sono due membri della corte di Danimarca ai quali il Re Claudio chiede di indagare sui motivi che hanno spinto suo nipote, il giovane principe Amleto, alla pazzia.
In questo film, invece, i due personaggi non sanno chi sono: si ritrovano a recitare la loro parte senza avere idea di come ci siano arrivati e quale sia il loro ruolo; senza sapere neanche con precisione chi dei due sia Rosencrantz e chi Guildenstern.
Un’opera assolutamente brillante scritta e diretta da Tom Stoppard (quello che poi ha scritto anche Shakespeare in love), tratta da una sua stessa commedia teatrale.
La trama si dipana su più livelli, a mo’ di matrioska, grazie anche a – o “per colpa di” – una compagnia di attori (presenti anche nell’opera originale) che a un certo punto, addirittura, recita l’Amleto per dei cortigiani.
La sceneggiatura è brillante e profonda al contempo e naturalmente cita alla lettera l’opera di Shakespeare in tutte quelle parti nelle quali Rosencrantz e Guildernstern fanno la loro parte insieme agli altri personaggi (lo stesso titolo del film è una frase della tragedia shakespeariana), prima di tornare nel loro limbo di incertezza e separazione. La pellicola non è priva di scene comiche, piene di equivoci (dovuti soprattutto alla ingenuità di uno dei due, che in compenso avrà intuizioni geniali che non riuscirà ad esprimere a parole) e giochi di parole che catturano le spettatore in modo tentacolare.
Nei panni di Rosencrantz e Guildenstern troviamo due favolosi Gary Oldman e Tim Roth (i titoli di coda vogliono che siano rispettivamente quelli i loro ruoli, ma il dubbio rimane); tra gli altri, spiccano Richard Dreyfuss e Iain Glen, nel ruolo del giovane principe.
Conoscere l’Amleto non è fondamentale, ma è sicuramente un ottimo requisito per apprezzare a pieno e carpire tutte le sfumature di questo film leggero e impegnativo allo stesso tempo, che gioca con le parole e le situazioni ma che si interroga su temi quali il destino e la parte che ognuno è chiamato a recitare.

VOTO: 8/10

Il Buono


Scheda Tecnica
Titolo:
Rosencrantz e Guildenstern sono morti
Titolo Originale:
Rosencrantz & Guildenstern are dead
Regia:
Tom Stoppard
Soggetto:
Tom Stoppard, William Shakespeare (tragedia)
Sceneggiatura:
Tom Stoppard
Anno:
1990
Genere:
Commedia, drammatico
Interpreti Principali:
Gary Oldman, Tim Roth, Richard Dreyfuss, Iain Glen, Joanna Miles
Durata:
117 min
Nazionalità:
Regno Unito, USA
Colore:
Colore