The Fall

Se un film inizia con “David Fincher and Spike Jonze present” è comunque un film da vedersi, anche fosse il sequel di un b-movie uzbeco degli anni ‘70. Fortunatamente la situazione non è così tragica.
Siamo in un ospedale di Los Angeles, nel 1915, Alexandria (Cantica Untaru) è una simpatica bambina di 5 anni un po’ grassottella che non riesce a stare nel letto e si aggira per l’edificio, ha un braccio ingessato a causa di una caduta mentre raccoglieva arance. Conosce Roy (Lee Pace), un giovane che ha poco meno di trent’anni, anche lui lì in seguito ad un incidente a causa del suo mestiere di stuntman, incidente che gli ha causato l’insensibilità degli arti inferiori. Senza un motivo apparente, che poi scopriremo più avanti nella trama, il giovane si mostra subito amabile con la bambina e inizia a raccontarle una storia. Ai personaggi di questa storia, Alexandria da i volti delle persone che sono nell’ospedale o persone di cui si ricorda. La storia, fatta di banditi, principesse, governatori malvagi e terre orientali, piano piano si mescolerà sempre di più con la realtà, dando esiti sempre più emotivamente coinvolgenti.
The fall, diretto da Tarsem Singh, è un film dalla forte carica poetica. La trama non è troppo intrecciata, ma buona parte delle sensazioni che suscita il film sono dovute alla componente registica. Una fotografia dalla fortissima carica emotiva: colori luminosissimi, composizioni studiate al millimetro! La pellicola, girata in più di 20 paesi diversi, è ispirata a Yo Ho Ho, un film bulgaro degli anni ’80. Singh, dopo The cell, con questa sua seconda opera, ci porta in terre lontane, dove la natura sembra neanche sapere dell’esistenza dell’uomo e dove la nostra fantasia può creare ogni storia.
Purtroppo The fall non è ancora uscito in Italia e si trova solamente sottotitolato, ma i dialoghi non sono né troppi, né troppo impegnativi.

VOTO: 7,5/10

Il Buono

Scheda tecnica
Titolo:
The Fall
Regia:
Tarsem Singh
Sceneggiatura:
Tarsem Singh, Dan Gilroy, Nico Soultanakis
Anno:
2006
Genere:
Drammatico, fantasy
Interpreti Principali:
Lee Pace, Cantica Untaru, Justine Waddell
Durata:
117 min
Nazionalità:
USA, India
Colore:
Colore

Vamos a Matar, Compañeros; Blow-Up; 8½

Come preannunciato, ecco un mega-post per festeggiare le 1000 visite (ormai già superate di qualche numero)! Ringraziamo tutti quelli che hanno visitato il nostro blog, in questi mesi, e vi invitiamo ancora una volta a commentare i post, per un vostro parere sul film trattato.
Bene, dedichiamo uno spazio ai registi italiani. Abbiamo recensito Corbucci, Antonioni e Fellini. Ognuno con un genere diverso, ognuno operante in paesi diversi, ma tutti nati sull’italico territorio.

Vamos A Matar, Compañeros
Durante la rivoluzione messicana, un mercante d'armi (Yodlaf Peterson/Franco Nero) e un peone (El Blasco/Tomas Milian) si alleano per liberare il professor Xantos, capo di un gruppo di ribelli e unico a conoscere la combinazione di una cassaforte su cui i due vogliono mettere le mani. Con Vamos A Matar, Compañeros, Sergio Corbucci si inserisce nel filone degli spaghetti western comici, di cui Lo Chiamavano Trinità (dello stesso anno) è il più famoso esempio. Quello che differenzia questa pellicola dalle altre dello stesso genere è il forte messaggio politico che il regista inserisce travestendo il tutto da film popolare: lo spettatore accompagna i due protagonisti nell'evoluzione del loro pensiero, prendendo parte alle loro scelte, capendo le loro motivazioni, prima opportunistiche e dettate dall'interesse personale, poi rivolte ai bisogni del popolo, e quindi alla necessità di ribellarsi al potere. Tutta questa trama politica però non appesantisce il film, che grazie soprattutto alla caratterizzazione dei due personaggi principali (la parlata romanesco-spagnola di El Blasco/Tomas Milian è fonte di buona parte delle risate) è adatto anche a chi non è appassionato di western. Il punto forte di questo film è proprio il suo essere ben bilanciato tra scene d'azione (con tanto di duello finale alla Sergio Leone), gag comiche e momenti di riflessione; le musiche di Ennio Morricone come al solito sono perfette per il tono dell'opera e contribuiscono ad alzarne il valore. Vamos A Matar, Compañeros è quindi una pellicola ben orchestrata, con una trama forse un po' troppo lineare, ma con un messaggio importante e dei personaggi divertenti che riescono a rimediare a questo piccolo difetto.

VOTO: 7,5/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica
Titolo:
Vamos A Matar, Compañeros
Titolo originale:
Vamos A Matar Compañeros
Regia:
Sergio Corbucci
Soggetto:
Sergio Corbucci
Sceneggiatura:
Sergio Corbucci, Massimo De Rita, Fritz Ebert, Dino Maiuri
Anno:
1970
Genere:
Western
Interpreti Principali:
Tomas Milian, Franco Nero, Fernando Rey, Jack Palance
Durata:
118 min
Nazionalità:
Spagna/Italia/Germania
Colore:
Colore


Blow-Up
Questa è forse l'opera di Antonioni più scorrevole. Vengono lasciate da parte le difficoltà delle relazioni e l'incapacità di comprendere se stessi e gl'altri che caratterizzano la cosiddetta “trilogia dei sentimenti” (ovvero La notte, L'avventura, L'eclisse); ma viene invece analizzata la sottile linea che separa la realtà dalla finzione. Ciò viene fatto attraverso un evento imprevisto. Thomas è un classico dandy di Londra, un fotografo che lavora in un improbabile studio fotografico dal classico stile beat. E' il periodo delle contestazioni e inevitabilmente anche nello stile di vita di Thomas si ritrova il classico cliché “sesso droga e rock and roll”. Tutto ciò condito da una leggera misoginia, e un sottile narcisismo. Ecco come otterrete l'immagine perfetta della situazione. In questo costrutto socio-generazionale avviene però una frattura. Durante una sessione fotografica in un parco Thomas fotografa una coppia che si scambia effusioni. La donna visibilmente infastidita chiede insistentemente il rullino a Thomas, che però, attraverso diversi espedienti riuscirà a tenerselo per se. Analizzando più dettagliatamente in studio le foto (ingrandendole, da qui probabilmente il titolo Blow-up) e facendosi trasportare da una intuizione, Thomas finirà invece per scoprire una cosa ben più scottante. Da qui in poi cercherà di dare senso alla sua intuizione, che lascio a voi il piacere di scoprire vedendo e interpretando il film. Molto interessante di questo film è la fotografia: si ha la sensazione di passare da una scena ad un'altra come da un dipinto a un altro all'interno di una galleria. Inoltre sempre massimo rispetto alle inquadrature e all'attenzione dei dettagli che caratterizzano la regia di Antonioni. Ottima la colonna sonora e se fate attenzione potete notare che quei mattacchioni che suonano poco prima della fine del film sono gli Yardbirds.
La realtà e la finzione sono entrambe filtrabili attraverso la rete delle nostre emozioni, dei nostri desideri, solo dobbiamo fare attenzione a chi siamo realmente e cosa vogliamo.

VOTO: 8/10

Cari Mille vs Garibaldi alias Brutto

Scheda tecnica
Titolo:
Blow-Up
Titolo originale:
Blowup
Regia:
Michelangelo Antonioni
Soggetto:
Julio Cortázar (racconto breve)
Sceneggiatura:
Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Edward Bond
Anno:
1966
Genere:
Drammatico, thriller
Interpreti Principali:
David Hemmings, Vanessa Redgrave, Sarah Miles
Durata:
111 min
Nazionalità:
Regno Unito, Italia, USA
Colore:
Colore


8½
Uff (si può dire “uff”?)… non è per niente facile recensire un film così, specie se non si ha una cultura cinematografica (e non) di dimensioni ciclopiche alle spalle e, soprattutto, se non lo si è capito fino in fondo… o forse c’è poco da capire?
Guido Anselmi è un regista in piena crisi d’ispirazione. Ha promesso di girare un film per il quale sono già iniziati i lavori di pre-produzione (provini, scenografie etc.) ed è attorniato da attori che gli chiedono quale parte avranno nel film, produttori che vogliono sapere quando inizieranno le riprese, critici intellettuali che si domandano che significato vorrà avere la storia, cardinali che gli danno consigli piuttosto inutili. La realtà però è che il film non esiste: Guido ha dato il via alla preparazione di una cosa che non vuole più fare, perché, effettivamente, non sa più cosa fare. Quindi è sempre sfuggevole quando si chiede lui qualcosa riguardo a questa sua nuova pellicola.
Come se non bastasse, il protagonista è assediato anche sul fronte sentimentale: l’amante che gli sta sempre tra i piedi, alla quale Guido sembra non voler più tanto bene; la moglie che sospetta di questo tradimento e lo tratta in modo assolutamente freddo, accusandolo di non dire mai la verità a nessuno. Il regista sente il peso di questo suo difetto, sa che mente spesso e volentieri, specialmente ai suoi cari, nascondendo loro il vero stato delle cose.
Unica figura che concilia queste due realtà è Claudia, una bellissima attrice, musa del regista, che esso vede come la sua unica salvezza.
Questa situazione di profonda infelicità non era già abbastanza e a tormentare il nostro ci si mettono anche i sogni e le visioni. Sogni e visioni di un passato da lui vissuto o immaginato; un passato che riesce a trasmettere una forte inquietudine anche se fatto da cose apparentemente semplici. Ma sono proprio queste visioni che aiuteranno Guido ad uscire dalla sua condizione e gli daranno una nuova spinta.
Un film, come si è detto, che si alterna tra realtà, sogno e finzione. Federico Fellini porta, all’inizio degli anni ’60, sul grande schermo parte della vita di un uomo che non sa più dove sbattere la testa. Un uomo che poi è lui stesso: proprio Fellini, prima di girare 8½ aveva iniziato le riprese per un film senza sapere come andare avanti. Decise quindi di raccontare proprio la storia di un uomo che non sa cosa raccontare!
A interpretare Fellini, mascherato dal protagonista Guido, è un favoloso Marcello Mastroianni che riesce a mantenere una pacata inquietudine per tutto il film, pur essendo costretto dalle situazioni ad assumere stati d’animo sempre diversi. Mastroianni è attorniato da una girandola interminabile di altri personaggi, interpretati, tra gli altri, da Sandra Milo, Anouk Aimée, Madeleine Lebeau, Mario Pisu ed una bellissima Claudia Cardinale nella parte della musa del regista, probabilmente la scelta di mantenere il nome reale potrebbe significare (ammesso che il regista non lo abbia dichiarato apertamente a mia insaputa) che l’attrice interpreti sé stessa.
“Non e un film che aspiri a interpretazioni sul piano ideologica e concettuale, anzi, ogni interpretazione e controindicata” ha dichiarato Federico Fellini che è riuscito in modo impeccabile a impressionare sulla pellicola l’infelicità di un uomo che non sa più quale strada prendere; attanagliato dal suo modo di essere sempre mendace e sfuggevole; inseguito e tormentato da un passato che è vivido in lui quanto il suo presente. Ma riesce a capire qual è la chiave della felicità, tant’è che in una delle scene più emblematiche del film dirà: “la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno”.

VOTO: manco a farlo apposta, 8½

Il Buono
P.S. Chiedo scusa se questa recensione manca di un’immancabile confronto con altri film di Fellini, ma la mia cultura in materia è piuttosto limitata.


Scheda tecnica

Titolo:
8½
Regia:
Federico Fellini
Soggetto:
Federico Fellini, Ennio Flaiano
Sceneggiatura:
Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Anno:
1963
Genere:
Drammatico
Interpreti Principali:
Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Sandra Milo, Anouk Aimée, Madeleine Lebeau, Mario Pisu, Rossella Falk, Guido Alberti, Jean Rougeul
Durata:
138 min
Nazionalità:
Italia, Francia
Colore:
B/N

Il Treno per il Darjeeling

Mentre prepariamo un evento per "festeggiare" le 1000 visite (GRAZIE A TUTTI!), continuiamo la normale programmazione, e continuiamo con un regista affrontato piuttosto spesso ultimamente.

Un taxi piuttosto scassato corre a tutta velocità per le strade di una metropoli indiana. A bordo, oltre al tassista, un uomo d’affari palesemente impaziente. Il taxi si ferma davanti alla stazione, l’uomo d’affari inizia ad inseguire il suo treno, che è già partito. Durante la corsa viene superato da un uomo molto più giovane di lui, che lo guarda con aria di sfida. Quest’ultimo riuscirà a salire sul treno mentre l’altro rimarrà indietro, esausto.
È così che inizia Il treno per il Darjeeling: Bill Murray (l’uomo d’affari) che passa il testimone ad Adrien Brody: il primo ormai “di casa” nelle pellicole di Wes Anderson, si fa da parte per introdurre un nuovo ospite nel mondo del regista texano.
Francis, Peter e Jack sono tre fratelli che dalla morte del padre, circa un anno prima, non si parlano più. Francis, il più grande, organizza una sorta di viaggio spirituale attraverso l’India per ritrovare l’amore fraterno che sembra essersi smarrito da qualche parte. Ma questa riunione si rivela essere piuttosto disastrosa e le cose andranno diversamente da quelli che erano i piani di Francis, facendo compiere ai tre un percorso forse migliore di quello prestabilito.
Si accentua ancora di più la stilistica di Wes Anderson in questo film: un’esplosione di colori caldi, per richiamare il territorio indiano; largo uso dell’obiettivo grandangolare; scene emblematiche e particolari profondamente evocativi.
A livello di cast, oltre al suddetto Adrien Brody, troviamo due attori abituali delle pellicole di Anderson: Owen Wilson e Jason Shwartzman (quest’ultimo ha collaborato alla stesura della sceneggiatura). Grande prova per i tre, che riescono a trasmettere alla perfezione le continue incomprensioni e contrasti dei fratelli. Interessante la scelta di tre attori che, fisicamente parlando, escluso un naso abbastanza importante, non hanno assolutamente niente in comune!
Al solito, il regista riesce a trasmettere emozione ed empatia senza l’uso di mezzucci che stimolano la lacrima facile o cose del genere: cose semplici ma di grande effetto emotivo.
Wes Anderson continua sullo stile de Le avventure acquatiche di Steve Zissou ma, per il soggetto, torna un po’ sui passi de I Tenenbaum: l’amore tra familiari. I tre fratelli, nonostante le divergenze e le differenze caratteriali, si vogliono ancora molto bene… solo che devono ricordarselo!

Voto: 8/10

Il Buono

Scheda tecnica
Titolo:
Il Treno per il Darjeeling
Titolo originale:
The Darjeeling Limited
Regia:
Wes Anderson
Soggetto:
Wes Anderson
Sceneggiatura:
Wes Anderson, Roman Coppola, Jason Schwartzman
Anno:
2007
Genere:
Commedia, drammatico
Interpreti Principali:
Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman
Durata:
91 min
Nazionalità:
USA
Colore:
colore

Animal House

Animal House racconta le avventure di due giovani matricole, Larry e Kent, che si sono appena iscritte all'università e vengono accolte nella fratellanza Delta, la più scatenata e sgangherata del campus. Riconosciuta come la capostipite di tutto il filone delle cosiddette commedie scolastiche (la serie di American Pie su tutte), questa pellicola è adatta per passare un paio d'ore spensierate all'insegna della comicità. Parecchie scene sanno di "già visto", ma è solo perchè tantissime delle situazioni inventate per Animal House sono state poi riprese e citate in continuazione: il toga party (ancora oggi d'ispirazione per parecchie feste in tutto il mondo), la scala usata per spiare le ragazze che si spogliano, la battaglia con il cibo in mensa, il sabotaggio della parata. Ma il pezzo forte risulta essere un giovane e promettente attore lanciato proprio da questa pellicola: John Belushi. Le scene in cui è presente valgono da sole la visione dell'intero film, grazie alla sua mimica, alle sue reazioni esagerate e alle sue capacità ai limiti dell'inverosimile (beve tutta d'un fiato un'intera bottiglia di Jack Daniels!). È con Animal House che inizia la proficua (ci ha lasciato un capolavoro come The Blues Brothers) ma purtroppo breve collaborazione tra Belushi e il regista John Landis. Da vedere per farsi quattro sane risate e riscoprire all'origine tante trovate diventate ormai uno stereotipo. E poi, chi non vorrebbe aver partecipato alle feste della fratellanza Delta?
VOTO: 7/10

Il Cattivo (TOGA! TOGA! TOGA!).

Scheda Tecnica
Titolo:
Animal House
Titolo Originale:
National Lampoon's Animal House
Regia:
John Landis
Soggetto:
Douglas Kenney, Chris Miller, Harold Ramis
Sceneggiatura:
Douglas Kenney, Chris Miller, Harold Ramis
Anno:
1978
Genere:
Commedia
Interpreti Principali:
John Belushi, Tim Matheson, John Vernon, Tom Hulce, Stephen Furst
Durata:
110 minuti
Nazionalità:
USA
Colore:
colore

Moon

The dark side of the Moon: non è solo il titolo di un album dei Pink Floyd, ma anche l’ambientazione del primo lungometraggio di Duncan Jones.
Sam Bell lavora per la Lunar Industries, una grande azienda che si occupa di estrarre l’energia solare rimasta intrappolata sul lato oscuro della Luna, appunto. Il suo alloggio è una base lunare dove vive nella più completa solitudine; unico suo compagno è un computer dotato di intelligenza artificiale che comunica con lui, cercando di farlo stare il più possibile a suo agio. Il suo contratto, della durata di tre anni, sta per scadere e Sam sta per tornare a casa, momento che aspetta da tantissimo. Iniziano però ad accadergli alcune cose bizzarre, fino all’apice dell’assurdità: il protagonista trova… un altro sé stesso.
Duncan Jones, che, per chi ancora non lo sapesse, è il figlio di David Bowie, è riuscito a fare un buon film, nonostante il budget piuttosto basso. Lo stile registico è assolutamente adatto all’ambientazione lunare: colori freddi; atmosfere che lasciano un forte senso di incompletezza.
Con Moon, Jones va a citare, senza volerlo nascondere, altri capisaldi del cinema di fantascienza come Alien, Atmosfera Zero, e le due odissee – quella di Kubrick e quella di Trumbull, per capirci.
Ottima prova anche per Sam Rockwell, unico protagonista del film, praticamente, se togliamo quelle poche volte in cui appaiono dei personaggi sullo schermo della base. Rockwell si trova ad interpretare più versioni dello stesso personaggio, e la cosa gli riesce splendidamente. In lingua originale, troviamo Kevin Spacey a prestare la sua voce a Gerty, l’amico elettronico del protagonista.
Per concludere con quello che potrebbe essere il significato del film, non faccio altro che citare ciò che è scritto sulla locandina: a 950.000 miglia da casa, la cosa più difficile da affrontare… sei tu stesso.

VOTO: 7/10

Vostro affezionatissimo, il Buono

Scheda Tecnica
Titolo:
Moon
Regia:
Duncan Jones
Soggetto:
Duncan Jones
Sceneggiatura:
Nathan Parker
Anno:
2009
Genere:
Fantascienza, drammatico
Interpreti Principali:
Sam Rockwell, Dominique McElligott
Durata:
97 min
Nazionalità:
Regno Unito
Colore:
Colore

L'Uomo con la Macchina da Presa + "The Man with a Movie Camera"

L’uomo con la macchina da presa è il film che segna il punto più alto della carriera di Dziga Vertov. Datato 1929, è l’opera maggiormente rappresentativa del regista; il capolavoro della produzione vertoviana e sicuramente una perla del cinema sovietico. Nella pellicola Vertov mostra l’idea che ha di se stesso: quella di un uomo con un occhio in più: la sua macchina da presa, il “cineocchio”. Il film, che non ha sonoro, non ha alcuna didascalia e non ha un soggetto in particolare se non proprio il concetto di “fare cinema”. Le inquadrature, le scelte stilistiche e i ritmi di montaggio fanno sì che questo film venga classificato nel filone delle sinfonie urbane, ovvero quelle composizioni, non musicali, bensì filmiche, formate da immagini di vita quotidiana nelle grandi città industrializzate. Le immagini sono sempre le solite: vita cittadina, operai sul lavoro, strade gremite di gente, tram pubblici in movimento etc., ma, a differenza delle pellicole precedenti di Vertov, fortemente propagandistiche, stavolta prende piede il vero e proprio occhio che si limita ad osservare, registrare e documentare. Infatti l’attore protagonista, se così lo si può definire, del film è un cineoperatore che riprende usuali scene di vita nella città di Odessa, in una giornata lavorativa. Le immagini sono quelle dei momenti più comuni della quotidianità: lavoro, sport, svago etc. Ma il regista inserisce nel film anche dei richiami ad alcuni momenti che segnano le tappe nella vita dell’uomo: la nascita, il matrimonio, il divorzio, la malattia e anche la morte, riprendendo lo svolgimento di una marcia funebre.
Sul lato tecnico questo film è un concentrato di ogni tipo di sperimentazione possibile: sovrapposizioni di immagini, carrellate, riprese oblique, addirittura variazioni della velocità della pellicola fino al fermo immagine completo.
Il film, come già detto, era muto e Vertov non ha mai scelto né indicato delle musiche per fare da colonna sonora, perciò dagli anni ’30 in poi sono stati svariati i musicisti che hanno composto le musiche da accompagnamento alle proiezioni, tra cui Pierre Henry e più recentemente, nel 2001, Michael Nyman. Nello stesso anno questo compito è stato assegnato agli inglesi The Cinematic Orchestra. Il gruppo si forma alla fine degli anni ’90 e musicalmente abbraccia più generi; partendo da una base puramente jazz arriva a contaminarsi con l’elettronica, il trip-hop, l’acid e qualche leggero sprazzo di noise.
L’album, che farà da colonna sonora per il film di Vertov, viene registrato nel 2002 ed esce nella metà del 2003 per l’etichetta indipendente Ninja Tune. Il titolo dell’album non poteva che essere quello del film, ovviamente in inglese, The man with the movie camera.
La particolarità di questa unione è la palese “differenza generazionale”, ma la bravura dei Cinematic Orchestra è stata proprio quella di saper adattare ad un film di oltre settant’anni prima una composizione musicale assolutamente moderna. La musica segue perfettamente le immagini del film e, quando possibile, anche il ritmo di montaggio.
Il risultato che ci troviamo davanti è un’opera multimediale che si estende nel tempo e, perché no, nello spazio: dalla Russia degli anni ’30 all’Inghilterra del ventunesimo secolo.

VOTO: 8/10 (come opera cinematografica e musicale)

Il Buono


Scheda Tecnica
Titolo:
L’uomo con la macchina da presa
Titolo originale:
Человек с киноаппаратом (Chelovek s kino-apparatom)
Regia:
Dziga Vertov
Soggetto:
Dziga Vertov
Anno:
1929
Genere:
Documentario
Durata:
68 min
Nazionalità:
Unione Sovietica
Colore:
B/N


Per un'analisi più dettagliata cliccare QUI.

Bubba Ho-Tep

Prendete un Elvis invecchiato e decadente, un anziano di colore che crede di essere J. F. Kennedy e un'antica mummia egizia vestita da cowboy, mescolate il tutto con un'atmosfera horror e parecchio umorismo nero e avrete Bubba Ho-Tep. Tratto da un racconto di Joe R. Lansdale e ambientato in una casa di riposo del Texas, il film è imperniato attorno alla lotta dei due strambi protagonisti contro l'essere che sta lentamente uccidendo un gran numero di anziani rubandogli l'anima (gliela "succhia" via letteralmente, e non vi dico da quale orifizio...). Il vero mattatore della pellicola è Bruce Campbell nei panni di Elvis (ma è veramente lui, o è solo un imitatore che crede di esserlo? Il dubbio ci viene lasciato): l'attore riesce a caratterizzare benissimo un Re del Rock stanco, abbandonato e dimenticato da tutti, che passa il suo tempo a rimpiangere le scelte fatte in passato ed a domandarsi come sarebbero andate le cose se avesse agito in modo diverso. Vedendo nella lotta alla mummia una possibilità di ritornare ad essere l'eroe che era un tempo, Elvis ritrova l'energia perduta e la forza di non guardarsi più indietro. Il film scorre rapido, mostrandoci nella prima parte la lentezza della routine della vita nella casa di riposo, ma accelerando di ritmo man mano che si arriva alla seconda metà, tra scarafaggi giganti, flashback sul passato del Re e lo scontro decisivo su una sedia a rotelle lanciata a tutta velocità. Bubba Ho-Tep ci dimostra che sono le idee a fare del buon cinema, e dovrebbe essere di lezione per chi continua a produrre film horror sempre uguali. Essendo un gioiellino fresco e originale, ovviamente non è mai arrivato in Italia, e quindi è possibile vederlo solo in lingua originale.
VOTO: 7,5/10

Il Cattivo.

Scheda tecnica
Titolo:
Bubba Ho-Tep
Regia:
Don Coscarelli
Soggetto:
Joe R. Lansdale (Racconto)
Sceneggiatura:
Don Coscarelli
Anno:
2002
Genere:
Horror, Commedia
Interpreti Principali:
Bruce Campbell, Ossie Davis, Bob Ivy
Durata:
92 min
Nazionalità:
USA
Colore:
Colore

Iron Man 2

Dopo aver rivelato al mondo di essere Iron Man, Tony Stark deve vedersela con le difficolta derivate da questa scelta, confrontandosi con le aspettative che la gente ha su di lui e combattendo un nuovo avversario venuto dal passato, il criminale russo Ivan Vanko, alias Whiplash. A due anni dall'uscita del primo capitolo, Robert Downey Jr. torna ad indossare l'armatura rossa e gialla, e come da aspettative, non delude. È proprio Downey Jr. il punto forte della pellicola: come una calamita il giovane attore attira su di se le attenzioni degli spettatori, quasi oscurando i ruoli di Gwyneth Paltrow, Sam Rockwell (che comunque riescono a ritagliarsi un buono spazio nel film) e Scarlett Johansson, che sembra inserita più per mostrare la sua bellezza che per farla recitare. Le scene d'azione ci sono, ben distribuite e mai troppo lunghe, ed è un punto di forza, in un'epoca traboccante di pellicole piene solo di esplosioni e sparatorie. Il difetto di Iron Man 2 è il leggero senso di già visto che è presente per tutta la durata della proiezione: nel primo episodio il mix di azione, comicità (tamarra) e quel pizzico di serietà che non può mai mancare risultava efficace e fresco proprio perchè si trattava di un prodotto nuovo, mentre con il secondo episodio si ha l'impressione che i produttori non abbiano voluto rischiare, riproponendo lo stesso cocktail, che di per sè funziona, ma che risulta ripetitivo. Nulla che comprometta la godibilità del film, ma si sarebbe potuto fare qualcosa di più. Gli appassionati di fumetti Marvel si divertiranno a trovare le citazioni nascoste qua e là (rimanete fino alla fine dei titoli di coda per una scena aggiuntiva, se siete fan dei supereroi).
VOTO: 6,5/10

Il Cattivo.


Scheda Tecnica
Titolo:
Iron Man 2
Regia:
Jon Favreau
Soggetto:
Marvel Comics (Fumetto)
Sceneggiatura:
Justin Theroux
Anno:
2010
Genere:
Azione, Supereroi
Interpreti Principali:
Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Don Cheadle, Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Mickey Rourke
Durata:
124 minuti
Nazionalità:
USA
Colore:
colore